L’appuntamento fissato tramite un pannello affisso lungo la Ring Road è presso uno spiazzo nel nulla della pianura. È fine maggio, ma la temperatura per noi mediterranei è piuttosto bassa. Non la pensa così il tonico Einar Rúnar Sigurðsson, che ci raggiunge in bicicletta indossando semplici pantaloncini; il personaggio è davvero particolare, così come l’intera escursione che ci apprestiamo a seguire.

Il mezzo utilizzato è, infatti, piuttosto insolito trattandosi di un semplice, scarno e piuttosto rudimentale rimorchio trainato da un trattore. Le grosse ruote della motrice non esitano davanti alla palude che renderebbe innocuo anche un baldanzoso 4×4. Superato l’acquitrino, il ‘carro bestiame’ punta dritto verso Ingólfshöfði lungo l’ampia spiaggia nera, seguendo la serie infinita di paletti piantati evidentemente dallo scaltro Einar per orientarsi durante l’alta marea.

Dopo poco meno di mezz’ora, giunti alla base del promontorio, scendiamo dal rimorchio per risalire i 76 m lungo una duna di sabbia. La via è obbligata, essendo i rimanenti lati completamente rocciosi e perpendicolari. Dalla cima, Ingólfshöfði appare come un tavolato lungo 1.200 m e largo 750, decisamente isolato dal resto della terraferma e proiettato verso l’oceano: la vista è superba grazie all’immensa spiaggia nera che corre lungo la costa e verso l’Öræfajökull.

Einar ci riunisce attorno a un obelisco che dal 1974 rende omaggio a Ingólfur Arnarson, il norvegese che, prima di stabilirsi nella baia dove ora sorge Reykjavík, trascorse un inverno proprio sul promontorio. Una nuova spiegazione dopo pochi metri, davanti un capanno per gli attrezzi di pesca, non raccoglie molta attenzione: poco oltre si intravedono già i primi pulcinella di mare e la curiosità è tutta per loro. Questi simpaticissimi uccelli, che sembrano clown tristi, si lasciano avvicinare a patto di compiere movimenti lenti.

Il giro prosegue passando per un faro: proprio vicino al precipizio, uno stercorario maggiore punta minaccioso verso di me, evidentemente troppo vicino al suo nido. Memore dei suggerimenti di Einar, alzo il braccio nel tentativo di spaventare il grosso uccello. Non nutro molte speranze, invece il saggio Einar aveva ragione: lo stercorario devia il suo percorso e mi lascia in pace.

Mi ricongiungo al resto del gruppo con Einar proprio accanto a un paio di uova depositate a terra dalla madre, che insiste nel roteare sopra di noi, tenuta lontana dal bastoncino che la nostra guida punta verso l’alto senza mostrare la minima preoccupazione. Tra le altre cose, ci racconta che più di una volta ha saggiato la robustezza del becco di questi uccelli, ma questo sembra non lo scomponga affatto.

Ci allontaniamo dall’area degli stercorari, con sollievo loro e nostro, e chiudiamo il giro avvistando altri uccelli più tranquilli, soprattutto perché i loro nidi sono ben protetti tra le scogliere, troppo ripide anche per l’intrepido Einar.

Tratto dalla guida Polaris ISLANDA di Massimo Cufino

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