La parola agadir ricorre frequentemente sulle carte topografiche e indica nomi di località, ma anche che in quel luogo esisteva un granaio fortificato. Almeno da quando è stata inventata l’agricoltura, si è reso necessario immagazzinare e conservare i cereali. Ogni società ha trovato la propria soluzione, dal silo scavato nella terra ai grossi contenitori di paglia o in terra cruda tenuti in una stanza della casa, fino ai grandi magazzini delle formazioni statali egiziane e mesopotamiche.

Spesso alla necessità di conservare si associa quella di difendere questi beni così preziosi, soprattutto nelle regioni dove il clima non garantisce il raccolto con regolarità e i conflitti tribali e le razzie sono una realtà sociale permanente. Queste possono essere state le ragioni che hanno spinto i Berberi sedentari dell’Anti Atlante e i nomadi transumanti dell’Alto Atlante a costruire delle vere fortezze per immagazzinare cereali e altri beni. La scelta del luogo è fondamentale: speroni rocciosi di difficile accesso, da cui si domina la valle.

Le strutture tipiche di un agadir sono l’ingresso controllato da un guardiano, le celle per il deposito dei beni, la moschea (una semplice stanza per la preghiera), una cella comune dove veniva versata la quota in natura destinata alla remunerazione del guardiano e una cisterna d’acqua. I granai più grandi e complessi avevano il fabbro, le arnie per la produzione del miele e le torri di avvistamento.

Spesso la parola agadir è tradotta con “granaio collettivo”, ma non è del tutto esatto. La proprietà di ogni cella resta individuale e ogni famiglia possiede la propria chiave. È collettiva la costruzione e la manutenzione, nel senso che gravano sulla comunità, che versa appunto una quota in natura proprio a questo scopo.

L’agadir aveva proprie leggi che ne garantivano il funzionamento e la gestione, basate sul diritto consuetudinario. A volte venivano messe per iscritto, redatte in berbero ma con caratteri arabi. Per la sua funzione importantissima, l’agadir era un luogo quasi sacro, tanto che le violazioni della legge erano punite più severamente se commesse nell’area dell’agadir. Non tutti avevano il diritto di accedervi, quasi mai gli Ebrei e spesso nemmeno le donne, per paura che dissipassero i beni custoditi. L’agadir aveva in embrione la funzione di banca: una parte della quota comune poteva essere prestata come anticipo sul raccolto.

Molti agadir sono stati distrutti dalle spedizioni militari del sultano, preoccupato di recidere alla base ogni possibilità di resistenza. Quelli che vediamo oggi non sono più in uso. Le loro severe costruzioni, che non concedono nulla all’estetica e tutto alla funzionalità, cadono a pezzi. La salvaguardia come splendidi monumenti dell’identità e della storia del Sud sarebbe un atto di amore.

Tratto dalla guida Polaris MAROCCO di Alessandra Bravin

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