Che l’Armenia sia un paese straordinario, con una varietà incredibile di paesaggi affascinanti, sontuosi e  originali, tutti segnati dai meravigliosi khatchkar, le croci di pietra incise come ricami sulle steli di tufo a misura d’uomo, che sia un paese piccolo che dà l’impressione di essere grande, questo ogni viaggiatore lo racconta. E racconta anche della cordiale gentilezza dei suoi abitanti, della loro spontanea generosità verso l’ospite, di quella mitezza tranquilla che da sempre contraddistingue la grande maggioranza di questo popolo, abituato da tanti secoli a sopravvivere nonostante tutte le avversità e gli eccidi che è stato costretto a subire. E poi del cibo, del pane lavash, delle danze, della nostalgica musica  popolare, del suono struggente del duduk

Nella piccola Armenia si trova proprio di tutto: selvagge montagne, un vasto lago con spiagge accoglienti, pianori misteriosi dove si ergono le pietre, misteriosamente lavorate e disposte secondo precisi calcoli, che permettevano ai primi abitanti dell’altopiano di studiare le stelle e le costellazioni. E poi le straordinarie “chiese di cristallo”, come le chiamò tanti anni fa il critico Cesare Brandi in un articolo che fece epoca: le singolari originalissime architetture, nascoste negli anfratti boscosi e su alture ben scelte, che resistono ancora oggi, a dimostrare nei secoli l’abilità e le originali soluzioni architettoniche degli artigiani e degli architetti armeni, capaci già nel quinto e sesto secolo di inventare strutture antisismiche perfettamente funzionali. Queste chiese, che testimoniano la profonda religiosità degli armeni, sono circondate da altri edifici: luoghi di incontro per le comunità, scriptoria di monaci sapienti, rifugi per i viaggiatori, centri di studio e di preghiera: tutto il paese era instancabilmente percorso da monaci e mercanti, che tessevano e ritessevano le vie della sopravvivenza e della cultura, servendosi di quel meraviglioso alfabeto che sembra un ricamo paziente e misterioso, che circonda le pietre scolpite, e veniva inciso generazione dopo generazione sulle pareti delle chiese, a raccontare gli eventi e la storia delle comunità, incidendoli dove nessuno li poteva cancellare.

Tratto dall’introduzione della guida Polaris ARMENIA di Nadia Pasqual

Antonia Arslan è stata professore di letteratura italiana moderna e contemporanea all’università di Padova. È autrice di saggi sulla narrativa popolare e d’appendice e sulle scrittrici italiane. Nel suo romanzo “La masseria delle allodole” (Rizzoli, 2004) attinge alle memorie familiari per raccontare il genocidio degli armeni. Il suo romanzo, diventato un best-seller internazionale, ha vinto numerosi premi e ha ispirato l’omonimo film dei Fratelli Taviani del 2007. Nel 2009 è uscito il suo secondo romanzo “La strada di Smirne”, che continua il racconto con l’incendio di Smirne.

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