Sebbene il monte Ararat si trovi attualmente in Turchia, le sue cime innevate, che gli armeni chiamano rispettivamente Masis (5.165 m) e Sis (3.914 m), dominano Yerevan così come gran parte del territorio occidentale dell’attuale Armenia.

Il legame degli armeni con questo monte di origine vulcanica è profondo e indissolubile, non solo perché per due millenni ha fatto parte dell’Armenia, ma anche per il suo significato simbolico e religioso. In armeno il termine Ararat rimanda al concetto di “creazione di Dio” e alla tradizione biblica secondo la quale l’arca di Noè sarebbe approdata sul monte al termine del Diluvio Universale.

Innumerevoli leggende, racconti, rappresentazioni, nomi di persona e opere d’arte sono ispirate all’Ararat, che rappresenta per il popolo armeno un luogo sacro e il simbolo stesso della loro identità nazionale e cristiana, al punto che è stato inserito anche nello stemma dello stato.

Fin dal passato diversi viaggiatori, come Marco Polo per esempio, hanno sostenuto che l’arca si trovasse sul monte Ararat e a partire dal XIX secolo numerose spedizioni di esploratori provenienti da tutto il mondo si sono succedute alla ricerca dei suoi resti, che sarebbero stati identificati a oltre 4.000 m di altezza da diversi testimoni oculari.

Scalare la vetta sacra è per un armeno un’impresa mistica, oltre che prova di grandi capacità fisiche e abilità tecniche. In epoca moderna, rimane memorabile l’impresa dello scrittore Khachatur Abovyan, considerato il padre della letteratura armena moderna, che raggiunse la vetta la prima volta nel 1829 con lo studioso Friedrich Parrot. All’epoca il monte Ararat si trovava in Armenia ed era considerato sacro, per cui per poterci mettere piede Abovyan dovette ottenere il permesso del Catholicos tramite una lettera, ora esposta nella sua casa museo a Yerevan. Successivamente Abovyan salì sull’Ararat nel 1845 e nel 1846.

In Turchia il nome Ararat è stato abolito, come molti altri nomi geografici internazionalmente conosciuti, ed è stato sostituito dal nome Aghri.

Tratto dalla guida Polaris ARMENIA di Nadia Pasqual

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